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In risposta a: del
Microcriminalità
AUTORE: Michele Prenna
email: [protetta]
8/5/2013 - 13:22
La chiamano piccola delinquenza
confinata in due righe di cronaca
ma fa rumore di fondo
d'un convivere da troppi sofferto
e dare spazio a ricchi scandali
di chi può permettersi abusi
incitare la gente contro qualcuno
contando di prenderne il posto
non è bel vedere ma avviene
rendendo rabbiose le vite.
In risposta a: del
1° Maggio
AUTORE: Michele Prenna
email: [protetta]
29/4/2013 - 17:27
Lo aspetto al varco
primo maggio
che festeggia il lavoro
quando c'è.
Che spinge a meditare
quando è da sfruttato
quando non è tutelato
quando è negato.
Sarà in piazza il sindacato
con gli striscioni e il corteo
con i lavoratori preoccupati
con giovani e pensionati
con i tanti immigrati.
Si rivendicheranno diritti
denunciando soprusi
avanzando coi canti
antichi e nuovi della fatica
per il guadagno del pane.
Come ogni primo di maggio
tutti inneggeranno al lavoro
gridando che sia non precario
con un grande concerto
a conclusione del giorno.
In risposta a: del
25 Aprile
AUTORE: Michele Prenna
email: [protetta]
24/4/2013 - 20:36
Ne restano pochi
testimoni del venticinque
del vento del nord protagonisti
che spazzò via il Male.
In piazza non saranno molti
troppa la delusione
nel venticinque dell'oggi
pieno di malessere.
Ma serve l'esserci
nel giorno della Liberazione
a memorare i tempi bui
squarciati col sangue
dalla Resistenza ai tiranni.
In risposta a: del
Re Leone
AUTORE: Michele Prenna
email: [protetta]
22/4/2013 - 14:25
Lontana la leonessa
a procurare il cibo
i leoncini sbrana
un vigoroso maschio.
E' legge di natura
durissima da pianto
per la gentile anima
così prender dominio.
L'istinto però muove
non la ragion di stato
nè un malvagio cuore.
Meglio è un felino capo
coerente all'io animale
d'un prepotente umano.
In risposta a: del
Freschezza
AUTORE: Grazia
email: [protetta]
18/4/2013 - 21:04
Ad occhi chiusi
ascolto una musica soave
di una voce cara…
Una ninna nanna fresca
come fiori appena sbocciati
mi culla una coccola eterna
penso a te e di nuovo sento il canto.
Il canto è dolce e lieve
anche se il tempo ci allontana
tu mi resti sempre accanto.
“Grazie dolce amica mamma”
In risposta a: del
L'ultima soglia
AUTORE: Michele Prenna
email: [protetta]
17/4/2013 - 13:30
Ci lasciano le persone a noi care
passano il confine ineluttabile
la porta che non vorremmo aprire.
Sappiamo per dolorose esperienze
che s'apre a tutti con lacrime
di quelli che restano a piangere.
Abbiamo ricordi da misurare
abiti che ci tocca indossare
noi i prossimi la soglia a varcare.
In risposta a: del
Al Sole
AUTORE: Michele Prenna
email: [protetta]
8/4/2013 - 20:11
Come una foglia al Sole
ne assorbo l'energia
e al corpo torna vigore
con rinnovata vita.
E' riflessione che viene
nel giorno di pioggia
con l'umido che rode
e muschi dà all'anima.
E tu Sole ricordati
di questo tuo pianeta
con gli esseri viventi!
Prenditi una vacanza
ma poi bene fa i compiti
che san portare gioia!
In risposta a: del
L'allegria
AUTORE: Michele Prenna
email: [protetta]
5/4/2013 - 19:00
Cerco motivi d'allegria
nell'età che avanza
nel paese che arranca
in ogni situazione non bella
ma confesso qualche difficoltà forse non m'aiuta la vista
nè sono abbastanza artista.
In risposta a: del
Lo sguardo di un padre
AUTORE: Alessandro Orlando
email: [protetta]
29/3/2013 - 7:07
La taverna del Greco era situata lungo la strada ciottolosa che dal palazzo del prefetto Pilato correva verso quella collinetta tanto simile a un cranio, fuori Gerusalemme, il Golgota appunto. Manio era seduto la vicino all’uscita, si toccava la gamba ferita e guardava fuori mentre consumava il suo unico pasto caldo della giornata: una zuppa di pane e piselli bolliti. Il lezzo di cipolla e carne fritta aleggiava nel locale scuro e angusto. Era quasi l’ora quinta e la strada polverosa sembrava assumere un aspetto irreale. Sentì delle urla e delle imprecazioni la fuori. Sapeva cosa stava succedendo. Sempre più spesso quel tragitto veniva usato dai soldati come lui per accompagnare i condannati verso la sommità della collina e crocifiggerli. Lasciò sul lurido tavolo due monete per l’oste e uscì velocemente, quello spettacolo gli piaceva, era un po’ come assistere ai giochi che si tenevano nelle piazze vicino ai Fori della sua Roma , cosa impossibile adesso in questa terra lontana. Fuori c’era sangue, dolore, lo spettacolo sapeva di morte e di sofferenza. Vide che l’Uomo stranamente portava una corona di spine in testa, alcune penetrate nella carne gli facevano sanguinare copiosamente la fronte e chiudere gli occhi. Le guardie a fatica riuscivano a tenere lontana la folla urlante che protesa lo contornava, sbeffeggiandolo, insultandolo, sputandogli addosso mentre sporco di sangue e pieno di ferite si trascinava lungo la strada. I soldati, ridendo, lo incitavano a muoversi con la punta delle lance e ogni pochi passi gli lasciavano cadere sulla testa e sulla schiena nuda la frusta. Lui intanto si trascinava curvo sotto il peso della trave della croce di traverso sulle spalle. Fu proprio in quel preciso istante che il Condannato scivolò. Nel rialzarsi il suo sguardo si posò su Manio. Quella scena colpì il soldato che, chissà come mai, quella volta sentiva imbarazzo, un disagio fastidioso e struggente si era impadronito di lui. Lui, Manio Cato Romulus, valoroso componente la terza linea della “X Legio Fretensis” dell’Impero di Roma, appartenente all’esercito di Tiberio Giulio Cesare Augusto, uscito indenne da numerose battaglie, lui Manio, che nella mischia sapeva usare il gladio come nessun altro, che si era diviso con i compagni d’armi diversi bottini di guerra, che non aveva mai esitato a eseguire un comando, anche se si trattava di uccidere donne inermi o fanciulli indifesi, questa volta non riusciva a sostenere lo sguardo di quell’Uomo, in Lui c’era qualcosa di misterioso, di indecifrabile. Rimase immobile, a testa bassa, provava un senso di pietà mista a tristezza. No, non era per niente contento di quello che i suoi compagni d’armi e il popolo stavano facendo a quel Condannato di nome Gesù. In una manciata di secondi lo assalirono mille dubbi, mille pensieri. Cosa aveva veramente fatto quell’Uomo per essere trattato così? Era paragonato alla stregua di ladri e assassini solo per aver manifestato delle idee, ma quali erano veramente le sue colpe? Di sera nell’accampamento poco fuori la città, quando tutti giocavano a dadi e bevevano vino e miele, si raccontava ridendo di un Giudeo di nome Gesù che credeva di essere un Re, andava in giro pensando di guarire i malati e parlava alle folle. Era solo un povero matto. Perché gli stavano facendo questo? Intanto il corteo si stava allontanando e Manio ripensava a quegli occhi, gli avevano trasmesso qualcosa di indecifrabile e al tempo stesso rincuorante, come se il Condannato avesse capito il suo dolore e con quello sguardo avesse cercato di confortarlo. Fandonie! Si voltò e si incamminò verso Gerusalemme zoppicando. La ferita continuava a fargli male, e anche se il medico dell’accampamento lo aveva curato bene con un impasto di argilla e olio, quel taglio non si voleva richiudere e il legionario era costretto a portare sempre una benda di lana stretta alla coscia, anche in battaglia. Doveva assolutamente rientrare, si sarebbe riposato un po’, quella sera stessa iniziavano i turni di guardia nella vicina provincia di Samaria. I ribelli Zeloti erano un pericolo costante. Superato il posto di guardia si diresse verso la tenda, due dei suoi compagni avevano avuto la sua stessa idea e stavano russando saporitamente sulle loro brande. Si slacciò la tunica, adesso la ferita doleva in maniera insopportabile. Non riusciva a prendere sonno, ripensava al Condannato, gli passavano davanti le scene della mattina e quello sguardo che non aveva potuto sostenere. Alla fine si addormentò. Non fu però un sonno tranquillo, aveva nella mente quegli occhi, poi in un attimo ricordò la propria infanzia, la casa lontana, i buoi, le vigne, gli olivi, sua madre intorno al fuoco, i suoi fratelli più piccoli che giocavano e suo padre che gli insegnava i segreti della terra e delle stagioni. Ecco, ora ricordava! Quegli occhi! Quello sguardo, lo sguardo del Condannato era lo sguardo buono di suo padre. Si svegliò con un grido, madido di sudore, la terra tremava ed aveva preso a soffiare un forte vento. Fuori dalla tenda, nella tempesta, si sentivano i soldati che correvano eccitati e i comandanti che urlavano ordini. Era l’ora sesta. Manio stordito si mise a sedere sulla branda e iniziò velocemente a vestirsi, il corpetto, la lorica, i calzari, fu quando si mise la larga cintura che si accorse della ferita. Non doleva più. Concitatamente tirò su la tunica, si srotolò la fascia di lana che avvolgeva strettamente la coscia e guardò. La pelle era perfetta, la ferita scomparsa. Lo assalirono inquietudine e paura, forse aveva sbagliato, guardò l’altra gamba senza convinzione. Niente, la ferita era sparita. Si lasciò andare sul proprio giaciglio lentamente, fuori la burrasca infuriava, i compagni imprecando si legavano i mantelli e coprivano la testa con i cappucci di cuoio. Faceva freddo ma Manio non lo sentiva e ripensava a quell’Uomo che camminava verso il Golgota, a quegli occhi, al Suo sguardo, allo sguardo di suo padre. Si alzò e spostò con la mano la pelle di capra all’entrata della tenda, lontano verso la collina uno spicchio di sole squarciava le nubi, l’effetto era quello di uno strano gioco di luci sulla terra battuta dell’accampamento. Il legionario sentiva che era iniziato qualcosa di nuovo, sicuramente la sua vita sarebbe cambiata, niente sarebbe stato più come prima. Intanto, alzati gli scudi con impresso l’emblema dello scorpione, arrancando nel fango, i compagni stavano serrando i ranghi per formare la colonna di marcia. Si affrettò a raggiungerli.
In risposta a: del
Orto degli ulivi
AUTORE: Michele Prenna
email: [protetta]
28/3/2013 - 20:57
E' triste e solo
suda sangue Cristo
i discepoli sprofondati nel sonno.
E' vero Uomo
e recalcitra al Compito
lì davanti all'Angelo.
Ma è Figlio
il volere del Padre fa Suo
e va consapevole al Bacio.
Giuda che l'ha tradito
era necessario
perché s'immolasse l'Agnello
e fosse lavato il Peccato.
In risposta a: del
Il cormorano
AUTORE: Michele Prenna
email: [protetta]
18/3/2013 - 14:09
Come una freccia veloce
traverso il cielo sul lago
passava in nero volo
di pesci il cacciatore
con occhio acuto
scrutante cormorano
pronto a pescare
cogliendo l'attimo
ogni incauto affaccio.
Spettacolo era certo naturale
eppure stretta dava al cuore
alle prede corso a pensare.
In risposta a: del
SILENZIO D'ETERNA VITA...
AUTORE: ANDREA GUIDICELLI
email: [protetta]
14/3/2013 - 14:02
All'indomani dell'elezione del nuovo Papa mi sento profondamente colpito dalla sua semplicità umana e reale.
Le sue parole sono state segno di una grande gioia esplosa nel cuore di ognuno, spero che la sua umiltà abbia dato un segnale di svolta a tutti i giovani in cammino nel mondo.
Ha scelto un nome che nessun Papa aveva mai avuto, un nome importante come importante era il cammino di San Francesco.
Sono un semplice fratello che ama la realtà, un ragazzo che disegna la sua vita con la luce che Dio gli ha donato, quello che cerco è soltanto amore fraterno con tutti, ecco perchè
Papa Francesco è l'avvenuto miracolo dal nostro cuore cercato.
Oltre alla scelta di questo nome straordinario, ha detto buonasera fratelli e sorelle, una cosa decisamente memorabile.
Spero vivamente di poterlo conoscere personalmente per chiedergli una sola cosa:
"VORREI SPIEGARE LE MIE ALI PER VOLARE SOPRA UNA ROSA, QUELLA ROSA INFINITA, CHE DA LUCE AL SILENZIO D'ETERNA VITA."
In risposta a: del
Il sottile rischio dell'onnipotenza
AUTORE: Alessandro Orlando
email: [protetta]
5/3/2013 - 14:06
La volpe uscì dalla tana e si guardò intorno annusando l’aria, sapeva di neve, a breve tutto il bosco si sarebbe tinto di bianco. Si approssimava l’inverno, lo diceva il torrente gelato, gli alberi spogli, il terreno indurito, presto tutto sarebbe cambiato in quel pezzo di Toscana, tutto sarebbe stato molto più difficile, la vita stessa sarebbe stata più difficile, dallo spostarsi nel bosco ghiacciato alla quasi impossibile ricerca del cibo. Almeno per quello però, negli ultimi tempi, lei non aveva avuto problemi. Proprio dietro la collina, sul limitare del bosco,vicino al viottolo che portava alla fattoria, in un incavo della ceppa di un castagno, tutti i giorni trovava un bel pezzo di carne. E’vero, niente a che vedere con quella saporita delle galline della fattoria, ne con quella morbida e profumata dei fagianotti appena nati, mangiati la primavera scorsa, ma era pur sempre carne e, a pensarci bene, aveva un buon sapore ma soprattutto non costava fatica, era lì pronta, pulita, immobile, innocua. L’Uomo ultimamente era sempre più accorto, aveva messo una rete alta e fitta a protezione del pollaio e delle conigliere, la rete entrava sotto il terreno e aveva un cordolo di cemento intorno che la reggeva, sopra invece era chiusa, sorretta solo da cinque pali alti e ritti, ma ben piantati per terra. Assomigliava tanto a quella che usavano negli zoo per tenerci gli uccelli, un bel lavoro davvero. Non si entrava! Nel bosco si raccontava non ce l’avesse fatta neppure la donnola che era molto più longilinea e passava dappertutto, anche nei piccoli pertugi lasciati dai topini di campagna. Niente. Le galline raspavano e beccuzzavano, i conigli mangiavano la loro erba fresca e la povera volpe si leccava i baffi senza poter far nulla, solo tanta saliva in bocca. Eh si! Quel pezzo di carne, tutte le mattine, era proprio la manna dal cielo. Ricordava che le prime volte era insicura, guardinga, ogni piccolo fruscio nel bosco la faceva sobbalzare, le pareva quasi impossibile fosse così facile, prendeva il pezzo di carne e fuggiva via veloce, lontano, a gustarselo col fiato grosso nella sua tana. Poi piano, piano, col passare dei giorni aveva perso la sua diffidenza, l’istinto era solo un ricordo, si sentiva più sicura, imbattibile, non faceva più caso ne all’odore che l’Uomo aveva lasciato né al rumore della scure dei lontani taglialegna. A differenza delle sue abitudini, ultimamente, la carne la mangiava sul posto, senza portarla lontano al riparo nel suo covo, la assaporava piano piano, gustandola, boccone boccone, senza fretta. Che diamine! Era o non era ammirata e invidiata da tutti per la sua furbizia? Nessun pericolo! Poteva fare quello che le pareva.
Gino lo sapeva che prima o poi ci sarebbe cascata, erano due mesi che tutte le sere , verso “bruzzico” prendeva per la scorciatoia della carreggiata verso il fitto del cerreto, poi scendendo tagliava in diagonale il campetto di erba medica e riprendeva lungo il torrente, attraversava il ponticino di legno e saliva ancora su fino al castagneto del Necci, dove c’era il viottolo che ritornava alla fattoria. Arrivato al castagno, si metteva i guanti, tirava fuori dalla cacciatora il pezzo di pancetta stando attento a toccarla il minimo indispensabile, la strofinava sul muschio e le foglie e la lasciava là, come stava, senza fare altro. Anche quella sera fece la strada di sempre. Salendo verso il bosco si asciugava il sudore col dorso della mano e pensava: “Chissà se c’è? Speriamo, ma è troppo furba quella carogna!” Mentre saliva rimuginava su tutti i danni che gli aveva fatto quella bestiaccia: pulcini, galline, conigli, uova. Quell’animale non aveva conosciuto limiti prima della costruzione della rete. Era sicuro che prima o poi avrebbe trovato il modo di fregarlo di nuovo, era furba, troppo furba!
I suoi dubbi si sciolsero in un attimo quando la vide da lontano, una macchia fulva che stagliava sul verde del muschio. La tagliola, comprata all’appalto una settimana prima aveva funzionato a dovere.
Quando entrò l’aria della locanda era soffocante, sapeva di minestrone, vicino al banco due boscaioli discutevano animatamente, ai tavoli una decina di persone, alcuni bevevano vino, altri mangiavano, altri ancora giocavano a carte.
Gino si guardò in giro poi a voce alta esclamò “L’ho beccata quella schifosa, erano mesi che me la lavoravo, mi è costata un patrimonio in rigatino, ma alla fine l’ho fatta secca quella sudiciona!” Si fece silenzio e mille occhi erano puntati sull’uomo. “Dai, dai l’ho presa quel demonio” continuò e tirò fuori dalla cacciatora come un prestigiatore l’animale, rossiccio, la coda bellissima, il petto bianco come la neve. Era proprio una bella volpe, ma a vederla così col muso sporco di sangue faceva un po’ pena ed aveva perso tutta la sua maestosità, una regina del bosco sciagurata, senza più alcun potere, con la lingua di fuori stretta tra i denti, nell’ultima disperata ricerca di libertà. Qualcuno degli avventori compreso l’oste più curioso degli altri, si erano avvicinati, altri continuavano a giocare, altri ancora dettero un’occhiata furtiva all’uomo senza alzarsi. La discussione si fece accesa, Tonio sbracciandosi raccontava la sua strategia, e giù a bere, a ridere, a imprecare, poi lentamente tutto tornò alla normalità. Solo Rodi, il mulattiere, in un angolo fumoso della stanza, di fronte al suo solito vino, non aveva smesso mai di osservare la scena in silenzio; gli occhi lucidi, il fiasco davanti. Ad un tratto si issò faticando dalla sedia e, alzato il bicchiere, con voce impastata disse: “Brindo alla furba, che volendo esser troppo furba, diventò bischera”. Come sempre, alle sue parole, tutti risero.
In risposta a: del
Il senso del viaggio
AUTORE: Michele Prenna
email: [protetta]
18/2/2013 - 19:44
Non è male la solitudine
per leggersi dentro
colloquiando col cuore.
Nel rumore ci smarriamo
oppressi dalle richieste
e dalle grida del prossimo.
Tacito parla a noi Amore
sempre quando è richiesto
e ci indirizza alle strade.
E là nel corso del viaggio
persone ci farà incontrare
per condividerne il senso.
In risposta a: del
SELINUNTE
AUTORE: Alessandro Orlando
email: [protetta]
15/2/2013 - 6:56
I sassi di storia riflettono luce.
Polvere e cielo distesi sul mare.
C’è un azzurro infinito, immerso nel crespo dell’onde
che va,
che ritorna.
Costante riecheggia nell’aria infuocata,
il verso del falco,
in quel lembo di Grecia proteso alla riva.
Colonne che forgiano cornici dorate
al verde dei frutti grondanti di sole,
di rossi sfiniti,
presenti,
passati.
Lontano nei templi danzanti,
si specchiano in miraggi di sogno,
custodi fedeli e discrete.
Con te Selinunte
remota città,
abbraccio
le mie antiche radici.
In risposta a: del
L'ozio
AUTORE: Michele Prenna
email: [protetta]
11/2/2013 - 17:36
L'ozio inteso al modo antico
è tempo dedicato alla mente
per dare spazio al pensiero
sì che possa libero riflettere
irrobustirsi e avanzare.
Oh, questo è privilegio
da sempre di pochi
che temendo di perderlo
lo fan padre dei vizi
per le masse del mondo.
Così restano i pochi
che sui molti decidono
ed è l'ozio fra i mali
più nocivi additato.
Si consuma ignoranza
ci si adatta a servire
faticando la vita
nel progresso apparente.
In risposta a: del
IL RAZZISTA
AUTORE: Mansueto Levacovich
email: [protetta]
8/2/2013 - 18:29
Quando uno riesce ad uscire dalle sue contraddizioni
va verso la libertà.
Ma il razzista non vuole la libertà,
ne ha paura,
come ha paura della differenza.
L’unica libertà che ama
è quella che gli consente di fare qualsiasi cosa,
di giudicare gli altri
e di permettersi di disprezzarli
per il solo fatto di essere diversi.
Il razzista sia prigioniero delle sue contraddizioni
e non voglia venirne fuori.
In risposta a: del
Fotografia
AUTORE: Anonimo
email: -
12/1/2013 - 14:47
Una vecchia fotografia di famiglia strappata in mille pezzettini.
Cerco di ricomporla.
Dalla finestra lasciata aperta entra una folata di vento che distrugge il lavoro fatto.
Ormai è troppo tardi.
Nulla tornerà come prima.
dentro di me si fa strada un senso di inutilità e stupidità.
Sono sola.
In risposta a: del
A Giancarlo,un giorno della vita,,prima e dopo....
AUTORE: Anna Saracini
email: -
9/1/2013 - 17:52
Uno,due,mille squilli
il telefono suona;
nella stanza accanto,è silenzio
Manca la risposta
a quelli squilli insistenti,
manca una voce nota a tutti da tempo
mancano le urla,le risa,le liti.
Manca un uomo
strano,volubile,caro.
Per quella voce
che non risuona più
nelle stanze silenziose
sembra la fine;
per l'uomo
comincia la vita.
In risposta a: del
Io angelo lunatico
AUTORE: A. Ros.
email: -
1/1/2013 - 12:07
Lunatico angelo di poesia,
sò di averti con me tra mani e cuore,
leggendo d'amore e note d'infinita tenerezza.
Non lasciarmi, ho bisogno di darti ancora
i miei pensieri, ascolta la mia anima bambina,
non è strada, non è città, ma è mondo,
ti chiedo solo di guardarlo con i miei occhi,
tu dentro me,
parte di me,
tu me.
In risposta a: del
Anima fragile
AUTORE: S. R.
email: -
31/12/2012 - 8:42
Anima fragile,
colei che indossa un sorriso,
colei che soffre in silenzio,
anche quando il silenzio fà rumore
anima fragile colei che sorride,
asciuga una lacrima,
e pensa domani
forse domani,
sarà diverso,
anima fragile colei che sorride
mentre indossa una maschera e
nasconde una lacrima!
In risposta a: del
Com'è lieve la sera.
AUTORE: Alessandro Orlando
email: [protetta]
17/12/2012 - 6:00
Com’è lieve la sera,
quando in casa è fuoco
e fuori solo il giallo dei lampioni
dentro la neve.
Quando siedo stanco
nel cuore ho il cielo rosso dell’aurora
e negli occhi il giorno che è passato
grave di fatti ormai lontani,
remota è la carica vitale del mattino,
solo dolce torpore.
Indugio sazio di aver vissuto.
Una felicità bambina
come brezza leggera
spazza via la caligine dei pensieri,
quando in disparte, in silenzio,
cancello volontà e coscienza,
quando fuori dai vetri è il giorno che muore
si allontana da me ogni dolore.
Com’è lieve la sera.
In risposta a: del
Viaggio nel buio
AUTORE: Anonimo
email: -
16/12/2012 - 17:45
Pensi che il sole illumini la vita,
non è vero, esiste un sole nero.
Pensi che un fiore rallegri la vita,
non è vero, esiste un fiore nero.
Pensi che un sorriso sollevi la vita,
non è vero, esiste un ghigno nero.
Ci vuole coraggio per guardare nel buio.
Perdono il tuo oltraggio, mosso dalla paura,
mi allontano da chi non potrà avere di me buona cura.
Ma ricorda:
Non teme il nero chi conosce la via,
ti avrei tenuto per mano
mostrandoti la luminosa scia.
da PensieriParole
In risposta a: del
Nel profondo
AUTORE: Barbara
email: -
13/12/2012 - 13:26
Pellegrina
nei luoghi sacri dell'anima
Tra deserti di silenzi
che bisbigliano
e selve di domande
che occultano
inequivocabili risposte.
In risposta a: del
A testa persa
AUTORE: A.C.
email: -
3/12/2012 - 17:41
Vorrei andare dove nessuno porta il tuo nome,
dove tu non arriverai mai.
Vorrei andare,
ma intanto seguo le tue tracce,
il tuo odore,
sono dove sei,
cane preda della sua preda.